martedì, 22 gennaio 2013

Santiago: il racconto di un pellegrinaggio giugno-luglio 2012

Partita il 07 giugno 2012 con arrivo a Santiago l’11 luglio 2012

Il “cammino” è ripercorrere un tratto della strada che porta alla tomba di San Giacomo e che, in oltre un millennio, hanno percorso milioni di persone. L’importanza del cammino non è rappresentata dalla meta che si raggiunge, ma nel fare il cammino stesso.

Per poter accedere agli “albergue” dei pellegrini è necessario munirsi di un “passaporto” chiamato credenziale e che attesta che la persona stà percorrendo il Cammino di Santiago come pellegrino. Verrà timbrato ad ogni passaggio negli albergue, chiese ma anche bar. Questo “passaporto” è indispensabile per ottenere la “compostela” (il documento scritto in latino nel quale si certifica l’avvenuto pellegrinaggio).

Sono partita a piedi per Santiago il 7 giugno e arrivata l’11 luglio. Ho voluto restare ancora per qualche giorno “pellegrina” ed ho continuato a camminare fino a Finsterra. Sapevo che passare di botto dallo status di pellegrina a turista sarebbe stato un po’ traumatico. L’esperienza passata mi aveva insegnato che Santiago vissuta come turista non ha lo stesso fascino, lo stesso “profumo”, lo stesso colore che da pellegrino.

La giornata iniziava prestissimo un po’ per affrontare la camminata nelle ore più fresche e un po’ perché gli altri pellegrini, volente o nolente, mi svegliavano con i loro “silenziosi” preparativi. Il rumore più terribile era lo stropiccio dei sacchetti di plastica usati per infilarci gli indumenti per proteggerli dalla pioggia; non meno terribile la suoneria del telefonino o lo sbattere delle porte. Il colmo è stato quando a Tricastela (dove le porte sono come quelle del saloon e, per forza di cose, le senti sbattere e basculare rumorosamente) una vecchietta si è alzata alle 4 di mattina per poi partire alle 7 e intrattenere nel frattempo i pellegrini mattinieri che si svegliavano man mano. Non so quale santo mi ha trattenuto…Santiago?

La giornata tipo, dicevo, inizia prestissimo; se sei fortunato puoi mangiare nell’albergue (ostelli dei pellegrini), ma abbiamo mangiato quasi sempre nei bar. Si trattava di colazioni degne di questo nome (caffèlatte e “tostada” cioè pane burro e marmellata), ma talvolta abbiamo percorso parecchi km senza trovare un bar aperto. Vi assicuro che camminare per ore a digiuno, dopo una levataccia e con una fame da lupo non sei di buon umore. Quando vedi un bar APERTO (seppur sgangherato e nel più squallido dei paesini sperduti) questo si trasforma in un vero lusso e ricominci ad amare la vita.

La giornata continuava così, tra marcia e fermate per mangiare o per visitare chiese che sul cammino sono numerosissime e talune bellissime. Nel primo tratto del cammino vi sono chiese semplici con capitelli intarsiati in modo magistrale e statue (sopratutto di Madonne) bellissime nella loro semplicità. Man mano che ci si avvicina a Santiago le chiese diventano più sontuose, persino eccessivamente decorate, con altari in legno spettacolari. Ho attraversato un mondo di arte per me sconosciuto che mi ha affascinato ed ammutolito come la cattedrale di Leon, con le sue stupende vetrate, o quella di Burgos. Mi sono chiesta quanto ricca fosse la Spagna un tempo.

Le fermate per mangiare sono state sempre numerose perché Guido, che portava il bagaglio per due su un carretto, aveva continuo bisogno di “foraggio” per continuare a camminare. Pierre, il pellegrino francese che era partito a piedi da Brest, lo chiamava il Centauro del cammino. Talvolta però il “centauro”, cioè Guido, aveva un atteggiamento più da mulo che da cavallo: nei passaggi più difficili e pericolosi si intestardiva a seguire il sentiero sconnesso invece della comoda strada. In quei momenti avrei voluto mille volte poter portare il mio zaino e non delegare a lui il suo trasporto. Guido, in compenso, ha avuto molti momenti di gloria, molta ammirazione e ha suscitato parecchia curiosità. Penso sia stata la cosa più fotografata dai pellegrini durante il cammino.

La sera, stremati, dormivamo in letti a castello in compagnia di 2/4 ma anche 20 o 70 persone. Talvolta il concerto notturno era tale da impedire ai non russatori di dormire. Le poche volte che abbiamo dormito solo noi due è stato un vero lusso.

La mattina dopo si compiva il miracolo e ripartivamo come nuovi per camminare 6, 7 o anche 9 ore (soste comprese).

Un discorso a parte meritano gli ostelli (albergue per pellegrini). La maggior parte sono anonimi dormitori, ma taluni, come perle rare, rifugi per l’anima. La differenza è fatta naturalmente da chi gestisce il rifugio e da come accoglie il pellegrino. Non dimenticherò facilmente certi posti dove abbiamo preparato assieme la cena poi condivisa e dove abbiamo avuto intensi momenti di preghiera comunitaria. Magari abbiamo dormito su materassini poggiati a terra ma il lato umano ha ampliamente fatto dimenticare ogni scomodità ( a parte il fatto che si dorme benissimo a terra: l’unica difficoltà è alzarsi quando hai mal di schiena).

I dolori, che colpiscono tutti i pellegrini, rendono il cammino molto democratico. Il bello è che non colpiscono solo i “vecchietti” come noi, ma ne soffrono anche i giovani. E il cammino diventa anche qui momento di condivisione: condividi la camera, persino la doccia talvolta. e condividi anche i tuoi problemi, perché sono i problemi di tutti.

Poi c’è la natura, il paesaggio che nei 900 km percorsi ha cambiato continuamente look.

Avrei così tanta voglia di dipingere quelle montagne così dolci e nello stesso tempo aspre e solitarie che sono i Pirenei

Nell’abbacinante luce del mezzogiorno appare il paese come un miraggio, gli oceani sterminati di grano e orzo colorati con tutte le sfumature del giallo e del verde. Il giallo della meseta è invece “puro”, intenso per le ginestre e rosso fuoco per i papaveri. Ho capito solo allora quei quadri dipinti con i puri colori primari, finora pensavo che l’artista non fosse capace di ricreare i colori della natura ed invece il paesaggio è proprio così: non contaminato od offuscato dalla nostra atmosfera lattiginosa e così piena di umidità. Qualche volta, nella meseta, le case fatte di terra si fondevano con il paesaggio, complice il riverbero del sole a mezzogiorno

Un discorso a parte merita la Galizia, bellissima, piovosa, molto somigliante alla nostra Carnia, con paesini rimasti fermi nel tempo e somiglianti a quelli della mia infanzia. Io che amo molto le rose ho avuto un sobbalzo quando, in uno sperduto paese di montagna, ho trovato la rosa dei pellegrini (pilgrim’s rose). L’albergue dove mi ero “casualmente” fermata (un’ulteriore prova che nulla succede per caso nel cammino) era tenuto da inglesi che avevano diligentemente catalogato la rosa e fatto un piano di tutti i fiori del loro giardino.

Ho trovato gente partita dalla Svezia (Linn, 22 anni partita da sola il 6 marzo, che ha dormito nel suo sacco a pelo nella neve perché non c’erano rifugi aperti), dalla Francia (Pierre, partito dalla Bretagna e Marie da Bordeaux), Belgi (parecchi) partiti da Bruxelles (uno stava camminando da 4 mesi assieme al suo asino).

Viene da chiedersi cosa spinga tutta questa gente, come me, a mettersi in cammino ed abbandonare ogni comodità. Un hospitalero mi ha risposto che è il richiamo del Santo…

Certo è che, parallelo a questo cammino, c’è quello interiore che ti porta dentro a riscoprirti, a riscoprire la vita, a fare pulizia, ad eliminare il superfluo e tenere l’essenziale, a sfiorare la verità. Ho scoperto allora dei lati sconosciuti di me stessa, una forza che credevo di non avere; un lato umano tenuto ben nascosto sotto strati di paure. Ed è stato così bello. Forse è proprio questo quello che cercavo e spero di ricordarmene sempre, di non ricoprirlo con altre paure, pensieri…

Alcune foto del pellegrinaggio




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